STORIA DI UN ARTISTA

“Sono nato a Santa Ninfa, tra Selinunte e Segesta…”.
Questa decisa rivendicazione identitaria, che ha sempre accompagnato i discorsi di Nino Cordio, la dice lunga sull’attaccamento dell’artista alle sue profonde origini siciliane.
Nino Cordio, pittore e scultore, nasce nel 1937.
Nel ‘47 la famiglia si trasferisce a Mazara del Vallo, ed è qui che l’artista ha i primi contatti con le botteghe. Inizialmente lavora presso uno scultore del marmo, poi, a Trapani apprende a intagliare il legno per i mobili. Si tratta di attività artigianali che gli insegnano a esercitare la manualità e a padroneggiare la materia.

L’incontro con la pittura risale agli anni dello studio presso l’Istituto d’Arte di Catania ed è segnato da una memorabile visita a una mostra di Antonello da Messina. Nel ‘62, grazie a una borsa di studio, Cordio giunge a Parigi per approfondire le tecniche dell’incisione a colori. Il soggiorno segna un momentaneo accantonamento della ricerca scultorea e un periodo di approfondimento delle tecniche incisorie.
Anche nella pittura, per Cordio, è significativo il periodo parigino: rivede i colori della sua tavolozza e abbandona i toni cupi degli esordi; rafforza, inoltre, i caratteri espressionistici e fortemente simbolici già presenti nella sua arte. La pittura torna protagonista nel mondo dell’artista negli ultimi anni della sua vita: siamo in Umbria, e dal suo studio escono grandi tele coloratissime.

Nino Cordio ha tenuto numerose personali in Italia e all’estero. Le sue opere sono state esposte in prestigiosi musei e in importanti gallerie: da Berlino a Bruxelles, da New York a Rio De Janeiro, da Roma a Venezia. Nel 2001, il Comune di Santa Ninfa ha intitolato all’artista la Biblioteca Comunale, e nel 2007, sette anni dopo la sua morte, ha aperto un museo interamente dedicato alla sua opera che contiene una raccolta permanente di olii, affreschi, sculture e incisioni.
Testi curati da Clementina Speranza

HANNO SCRITTO DI LUI

“Forse chiarisco meglio le mie sensazioni ricordando un episodio che mi capitò a Todi, nell’autunno del 1998, visitando una mostra di Nino Cordio. Davanti alla potenza di quattro grandi olii, ho avuto come l’impressione che tutti noi corressimo il rischio di esplodere, ho avuto la sensazione che la cornice non riuscisse a contenere questa forza della natura, un’arte che riproduce e interpreta e inventa in qualche modo la natura stessa, ma con una forza talmente potente che i colori sembrano capaci di apparire all’improvviso e sfondare le pareti. Voglio dire, è tale la carica di ricreazione della natura che per un momento hai una sensazione di sospensione, di vera paura come di fronte a un atto assoluto (…) Mio Dio – continuavo a ripetermi – speriamo che le cornici reggano! Altrimenti rischiamo di venire travolti da questa forza incredibile. Credo che molti visitatori proveranno le mie stesse sensazioni anche in questa occasione. Nino era un uomo dolce, di delicati pensieri e di grande generosità, nei contatti con gli altri non innalzava schermi protettivi, ma la sua arte, sotto l’apparenza della grazia, nascondeva la stessa forza sismica che ha fatto fiorire il mondo”...

Andrea Camilleri

L’acquaforte a colori (e non parliamo di quella colorata a mano, anche se di Chagall) mi ha sempre suscitato diffidenza: quella ad una sola lastra e in cui i colori vengono di volta in volta, per ogni impressione, distribuiti nelle varie parti come in certi giochi di bambini o nella stampa della carta moneta, soprattutto; ma anche quella a diverse lastre, una per ogni colore, che mi pare sia di gratuita concorrenza, debitrice e anzi parassitaria, alla litografia. Ma questa mia diffidenza ogni volta svanisce davanti alle acqueforti a colori di Nino Cordio: nulla che mi ricordi, nel debito e negli affetti, la litografia. La profondità, il tono, le vibrazioni sono quelle delle acqueforti in bianco e nero; e i colori ne sono una specie di sviluppo, quasi nascessero dai bianchi e dai neri per una particolare esposizione, per un evento d'aria e di luce. La litografia non le renderebbe; e tanto meno non le renderebbe la pittura. C'è qualcosa di misterioso, e di misteriosamente inventato, nelle sue acqueforti. Un genere nuovo e suo. A voler dare delle impressioni, si direbbe che vi presiede la notte: che i paesaggi, gli alberi, le nature vive e morte trovino in sé, immersi nell'oscurità della notte, delle scorie di luce; che le cose danzino nello spazio notturno portando in sé, come lucciole, una loro luce. Anche quando il cielo è chiaro, luminoso, inondato di sole. Non per nulla Cordio si è trovato, ad un certo punto, a specchiare nelle sue acqueforti la poesia di Lucio Piccolo. Una poesia per essenza notturna. Siciliana, barocca, tutta in segrete rispondenze, impercettibilmente germogliante e di impercettibili catastrofi. Come appunto in quelle che Savinio chiamava "le cose notturne".

Roma, luglio 1981
Leonardo Sciascia

Un velo di colore sull'altro, come se davanti all'obiettivo fotografico passassero diversi filtri e ciascuno lasciasse nitida l'impronta della sua luce, - il blu e l'azzurro tenue, il giallo ocra e il lievissimo verde e rosa - Nino Cordio, sulle sue lastre, lascia scorrere le tinte del sogno, è come le sospendesse su immagini di paesaggio che la memoria gli conserva gelosa. Stille di melegranate, scissure d'aranci, la spolveratura del croco, dell'ibisco e della zinnia, le unghie turgide delle dalie: Cordio sembra ricavare i suoi colori da impasti naturali, il coagulo dei caffè, l'opalescenza dei latte di mandorla, la spighetta essiccata e triturata. Queste acqueforti paiono una sorta di diario ininterrotto, il diario di un poeta alessandrino che trasforma parole in colori e le cristallizza su rame. Quali geni lo ispirano? Forse Cordio è un alchimista, e i geni che lo ispirano sono quelli dell'oro, del fuoco e del vento, occhieggiano tra i filtri colorati che pure agitano, si insinuano fra i segni di marine e di vigneti. Non è un caso che l’Etna e il suo dorso, o il mare ametista che gli stende sotto, appaiano e riappaiano in questo diario tanto festoso quanto più immaginato.

Morruzze, luglio 1981
Enzo Siciliano